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Enrico Caruso
Enrico Caruso nasce a Napoli il 25 febbraio 1873, al primo piano del n°7 di via Sangiovanniello agli Ottocalli da una famiglia modesta e votata all'indigenza. I genitori, Marcellino e Anna Baldini, originari di Piedimonte D'Alife in provincia di Caserta, si trasferirono a Napoli dopo il loro matrimonio che avvenne il 26 agosto del 1866. Marcellino Caruso era custode nei depositi dlle officine della ditta svizzera Meuricoffre. Enrico fu il terzo di sette figli, non diciottesimo di ventuno come diceva la leggenda che è stata recentemente sfatata a seguito di lunghe e difficili ricerche del noto studioso e biografo di Caruso, Guido D'Onofrio di Foggia. Per volere del padre, dopo aver lasciato la scuola diurna, Enrico diventa apprendista meccanico nell'officina di Salvatore De Luca all'Arenaccia che lascia dopo qualche tempo per lavorare con la ditta Palmieri, costruttrice di fontane in ferro. Contemporaneamente si iscrive ad una scuola serale dove ha anche la possibilità di sviluppare la sua passione per il disegno (Enrico diventerà infatti un eccellente caricaturista).
Enrico cresce e, senza saperlo, incomincia a venir fuori qualcosa che cambierà radicalmente la sua vita: la voce. Canta sul lavoro per la delizia dei suoi compagni. Un canto spontaneo, senza tecnica, ma sufficiente per farlo entrare, man mano, nel giro dei cantanti di chiesa. Gli stanno attorno in parecchi, e tra scuola e chiesa la sua rinomanza di contraltino a poco a poco si allarga. Il pianista Domenico Amitrano e Amelia Gatto con i loro insegnamenti portano un minimo d'ordine nella sua incerta conoscenza del solfeggio. Nel 1887, all'età di 14 anni come allievo della scuola serale del sacerdote Padre Giuseppe Bronzetti compare per la prima volta sulla scena, nell’oratorio della chiesa, interpretando la parte di "Tommaso il bidello”, in un’operetta dei maestri Campanelli e Fasanaro intitolata “I briganti del giardino di don Raffaele”. Successivamente inizia a cantare nella chiesa di S.Severino sotto la guida del maestro Amitrano. Ed è proprio durante una di queste sue esecuzioni di brani sacri, il 1° giugno del 1888 muore sua madre. Nel novembre dello stesso anno, durante un soggiorno ad Aversa, il padre passa a seconde nozze con Maria Castaldi, che diventerà la matrigna di cui Caruso serbò sempre affettuosa memoria.
Nel 1890 cantando d’estate nel caffé, Caruso incontra un ammiratore che lo incoraggia a studiare canto. Le lezioni prese da questo maestro, rimasto sconosciuto, si fermano a undici.
Nel 1891 durante la stagione dei bagni, si esibisce quale "posteggiatore" (così infatti venivano chiamati all'epoca quei cantanti con la chitarra sulla pancia) sulla rotonda dello stabilimento Risorgimento. Lì incontra il baritono Missiano che lo presenta al maestro Guglielmo Vergine il quale lo tiene a lezione gratuitamente stabilendo, per iscrito, che Caruso gli avrebbe dovuto corrispondere il 25% dei guadagni nei primi cinque anni della sua carriera (riscirà poi ad annullare anzitempo il contratto versando al maestro Vergine una congrua somma in denaro).
Nel 1894 viene chiamato alle armi a Rieti, ma per interessamento del maggiore Magliati, dopo 45 giorni il fratello Giovanni gli dà il “cambio” in modo da potergli far proseguire gli studi di canto.
Il 15 marzo 1895 Caruso debutta al Teatro Nuovo di Napoli nell'opera "L'amico Francesco" del maestro Domenico Morelli, un napoletano piuttosto benestante che auto-finanzia le sue opere. Il 28 marzo dello stesso anno fa la sua prima comparsa in un’opera di repertorio: il “Faust” al Teatro Cimarosa di Caserta a cui seguono ”Cavalleria Rusticana” di Mascagni, "Camoens” di Musone. Si dice che alcune ore prima di cantare saliva sulla parte alta di Napoli, a San Martino, per rivedere la fontana che anni prima aveva forgiato con le sue mani, quando lavorava nell'officina Palmieri. Avviato nella carriera con l’appoggio dell’agente Zucchi, Caruso canta al Bellini di Napoli il “Rigoletto”, quindi “Gioconda” e “Manon Lescaut” al Cairo.
Nel 1896 riesce poi ad affrontare la scabrosa tessitura dell'opera “I Puritani” a Salerno grazie agli insegnamenti del maestro Vincenzo Lombardi. La sua voce, infatti, all'origine piuttosto corta di estensione tanto da far pensare che fosse un baritono, visto che stentava a raggiungere un semplice La bemolle acuto, con lo studio assiduo Caruso aveva trovato una impostazione perfetta con ampia estensione di registro tenorile. Le sue note acute erano ora davvero poderose!
Nel novembre, sempre a Salerno, canta per la prima volta in “Pagliacci”.
Da febbraio ad aprile 1897 continua a cantare al Teatro Municipale di Salerno e nell’estate dello stesso anno è a Livorno per “La Bohème” dove fa anche la conoscenza con Puccini e incontra il soprano Ada Giachetti, grande amore della sua vita.
Viene scritturato da Sonzogno al Lirico di Milano, per interessamento del critico musicale Nicola Daspùro e debutta il 20 novembre nella “Navarrese” di Massenet. Il 27 novembre partecipa alla prima assoluta de “L’Arlesiana” di Cilea al Teatro Lirico di Milano. Canta diverse opere del repertorio sonzognano.
Tra gennaio e febbraio del 1898 avviene il debutto ne “La Bohème” di Leoncavallo e ne “I Pescatori di Perle”, al Carlo Felice di Genova.
Il 2 luglio nasce Rodolfo (Fofo’), primo figlio del tenore e della Giachetti.
Il 17 novembre la prima di “Fedora” al Lirico di Milano, è il passaporto definitivo di Caruso per le maggiori scene del mondo.
Fu tanto l'entusiasmo di pubblico e critica che dopo quella serata un importante quotidiano milanese così intitolò: "Caruso cantò la Fedora e la fè d'oro".
Il 27 gennaio 1899 Caruso è a San Pietroburgo con “La Traviata”. A bordo del “Regina Margherita” parte per Buenos Aires per poi esordire il 14 maggio al Teatro de la Opera con “Fedora”. Il 4 novembre trionfa al teatro Costanzi di Roma con “Iris”. Seguono la “Gioconda” e il “Mefistofele”. In dicembre torna a San Pietroburgo e successivamente si reca a Mosca ove canta per la prima volta “Aida”, “Un Ballo in Maschera”, il “Demone” di Rubinstein, “Maria di Rohan” di Donizetti, “La Resurrezione di Lazzaro” di Perosi e lo “Stabat Mater” di Rossini.
Il 26 dicembre del 1900 si presenta al pubblico della Scala di Milano con gran successo ne “La Bohème” sotto la direzione di Arturo Toscanini.
Nel dicembre 1901 patisce la sua più grande delusione: il debutto al San Carlo di Napoli, la sua città, dove avrebbe voluto la sua consacrazione e dove intende dare il meglio di sé. Viene scelta l'opera “L’Elisir d'Amore” con la quale, già alla Scala di Milano, direttore Toscanini, aveva ottenuto un trionfo personale di pubblico che aveva preteso, e costretto Toscanini, a concedere il bis della celebre romanza “Una furtiva lacrima”. Ma Napoli ha già un idolo: Fernando De Lucia, tenore di grazia. Il canto di Caruso è altra cosa: sta trasformando un'epoca, ma non viene apprezzato da tutti. Il pubblico si divide tra carusiani e fans di De Lucia. Quello che lo amareggia maggiormente è l'atteggiamento della critica e in particolare la presa di posizione del barone Saverio Procida, critico de Il Pungolo e notoriamente grande amico del tenore De Lucia che gli fece giurare che non avrebbe mai più cantato a Napoli. Manterrà il giuramento, ma non dimenticherà mai di essere napoletano. Allegro, simpatico, generoso (pretenderà fior di dollari per cantare nei salotti di ricchi americani, ma sarà capace di cantare, gratis, per ore, canzoni napoletane per allietare gli emigranti). Per avvalorare la decisione eseguì la famosa canzone "Addio mia bella Napoli". Dopo la delusione del San Carlo le sue mirabili interpretazioni gli fanno ottenere contemporaneamente scritture dal Covent Garden di Londra, dal Principato di Monaco e dal Metropolitan di New York.
L’11 marzo del 1902 ritorna alla Scala per la prima assoluta de “La Germania” di Franchetti. Una data storica. L’11 aprile incide i primi dieci dischi a Milano, cosa che continuerà a fare fino al 1920. I dischi di Caruso avranno un enorme successo. Il suo “E lucean le stelle” dalla “Tosca” di Puccini supererà abbondantemente il milione di copie. Il 14 maggio debutta al Covent Garden di Londra col “Rigoletto” . Da qui parte la conquista del pubblico anglo-americano.
Il 23 novembre del 1903 avviene il suo debutto col “Rigoletto” al Metropolitan di New York: è la prima delle 607 recite trionfali di Caruso in quel glorioso teatro. Primo compenso di 1.000 dollari.
Il 27 aprile 1904 sempre col “Rigoletto”, si fa conoscere al pubblico di Parigi, al Teatro Sarah Bernhardt. Acquista, al suo rientro in Italia, Villa "Bellosguardo" a Lastra a Signa vicino Firenze. A settembre nasce il secondo figlio, Enrico Jr. detto Mimmi.
Il 5 febbraio 1905 Caruso canta per la prima volta negli “Ugonotti” al Metropolitan di New York.
Il 18 aprile 1906 il terremoto devasta San Francisco. Di notte, dopo l'esibizione nella “Carmen”, in preda al panico, si rifugia in campagna con alcuni colleghi.
Successivamente, nel 1907, Caruso intraprende una lunga tournée in Inghilterra, Ungheria, Austria, Germania.
Il 26 febbraio del 1908 canta per la prima volta il “Trovatore” al Metropolitan. In maggio Caruso fa una tournée concertistica negli Stati Uniti e in Canada. In primavera muore il padre e subito dopo la sua amata Ada Giachetti lo tradisce fuggendo col suo autista.
Nel 1909 Caruso inizia ad accusare vari problemi di salute: nervi e gola sono in disordine. In maggio torna in Italia e a Milano è operato dal professor Della Vedova per una laringite ipertrofica nodulare. In agosto esegue una serie di concerti in Inghilterra, nell'Irlanda del Nord e a Ostenda. In autunno riprende la sua consueta tournee operistica nelle principali città tedesche.
Il 10 dicembre 1910 c’è la prima della “Fanciulla del West” al Metropolitan. Gran successo di Caruso, ma ha una nuova crisi vocale: dovrà rinunciare alla prima italiana al Costanzi di Roma nel 1911.
Il 16 maggio 1912 vi è la prima rappresentazione della “Fanciulla del West” all'Opera di Parigi. Tra gli interpreti, oltre a Caruso, Carmen Melis, e Titta Ruffo, direttore Tullio Serafin.
Nel 1914 con “ Tosca” conclude l'attività al Covent Garden di Londra. Dopo oltre 10 anni d’assenza, il 19 ottobre recita per beneficenza al Teatro Costanzi di Roma nei “Pagliacci”.
Il 20 maggio 1915 interpreta per la prima volta “Aida” al Colon di Buenos Aires. Il 23 e il 26 settembre si presenta per l'ultima volta al pubblico italiano al Teatro Dal Verme di Milano con “Pagliacci”, direttore Arturo Toscanini. Il 15 novembre, all'inaugurazione della stagione del Metropolitan di New York, Caruso debutta nell'opera “Samson et Dalila” di Saint-Saens.
Il 25 gennaio 1916 Caruso canta da "basso". Durante una recita de “La Bohème” a Philadelphia, per un improvviso abbassamento di voce del basso Andrè Perellò de Segurola, Enrico lo sostituisce cantando il celebre brano "Vecchia Zimarra".
Quasi tutta l’estate del 1917 la dedica a rappresentazioni di beneficenza per la guerra nell’America del Sud. L'esecuzione di "Over There", inno patrottico americano, diventa famosa e popolare.
Il 7 febbraio 1918 affronta per la prima volta il personaggio di Jean de Leyde nel “Profeta di Meyerbeer” al Metropolitan. Durante l'anno si esibisce in diversi concerti a scopo benefico. In luglio - agosto gira due film con la Famous Players Lasky Corporation: “My Cousin” e “The Splendid Romance”. Caruso dichiarerà poi di non essersi piaciuto!
Il 20 agosto sposa Dorothy Benjamin.
Il 15 novembre all'inaugurazione della stagione del Metropolitan debutta nella “Forza del Destino” affiancato dal giovane soprano 21enne Rosa Ponselle, da lui scoperta.
Nell’ autunno del 1919 viene scritturato per una serie di rappresentazioni a Città del Messico all'Esperanza Iris e alla Plaza el Toreo alla presenza di oltre 25.000 spettatori. Le urla di entusiasmo e gli applausi danno l'impressione di enormi boati! Il 22 novembre impersona per la prima volta Eleazar ne “La Juive” di Halevy al Metropolitan. La critica esalta la sua mirabile interpretazione. Nel dicembre nasce Gloria Caruso, figlia di Enrico e di Dorothy Benjamin.
Nel maggio - giugno del 1920 canta a Cuba per 10.000 dollari a recita. In autunno fa una tournée concertistica negli Stati Uniti e in Canada e si manifestano i primi sintomi del suo male.
L' 11 dicembre, durante una recita de “L’Elisir d'Amore” a Brooklyn, Caruso ha un’emorragia causata da enpiema polmonare. Il 13 canta "La forza del destino" e i giornali scrivono che Caruso non è malato.
Il 24 dicembre è l'ultima sua rappresentazione con “La Juive” e il suo addio alle scene e quasi al mondo. Il giorno seguente viene colpito da fitte atroci al fianco sinistro e gli viene diagnosticata una pleurite, seguita da broncopolmonite. Il 30 dicembre viene operato al polmone sinistro per estrazione di liquido pleurico a causa di un ascesso subfrenico, incredibilmente non scoperto dai medici americani. Una semplice operazione, per l'asportazione del male, se scoperta in tempo, l'avrebbe condotto infatti a rapida guarigione! Decide di tornare quindi a Napoli per riprendersi dalla malattia e per una pausa lavorativa.
Il 28 maggio 1921 si imbarca con la famiglia sul transatlantico "Presidente Wilson" per Napoli.
Giunto sulla banchina piange, poi si fa condurre a Sorrento, nello storico 'Hotel Vittoria'. Qui sembra che la sua salute migliori ma il brutto male lo sta distruggendo. La sua permanenza dura circa un paio di mesi. A seguito di un consulto medico viene scoperto il suo vero male, ma ormai è troppo tardi: non gli restano che poche ore di vita!
Parte alla volta di Roma per un intervento chirurgico in extremis, ma è costretto, moribondo, a fermarsi a Napoli all'Hotel Vesuvio. Ad un tratto esclama a sua moglie: "Dorothy, fammi portare al sole, voglio vedere la mia città". Guarda lontano, forse cerca la zona di Sangiovanniello tra quelle strade sconnesse che l'hanno visto nascere, forse ode la sua voce di bambino, quando cantava nel piccolo coro della chiesa, quella voce che adesso sta per entrare nella leggenda...
Caruso si spegne alle 9 di quello stesso giorno: il 2 agosto 1921. Aveva solo 48 anni! La sua voce andò a rinforzare il coro degli angeli.