Particolare
“Mi pregio di informare la S.V. che l’On.le Giunta Comunale nella seduta del I Giugno approvava il progetto esibito per la costruzione di un villino nel Corso d’Italia…”
Così, nel giugno del 1907, veniva comunicato al M.se Giacomo Marignoli il ‘nulla osta’ alla realizzazione di un villino corredato di scuderie e garage in terreno di sua proprietà. Il villino fu progettato dall’Architetto Giulio Magni che alla soglia dei cinquant’anni era tornato a Roma dopo lunghi anni trascorsi all’estero: una delle personalità più controcorrente dell’epoca, pioniere a Roma dello stile Liberty.
LA STORIA DI VILLA MARIGNOLI
Il villino Marignoli è forse l'opera più riuscita di Giulio Magni: articolato in un volume principale e in alcuni corpi secondari, è interamente risolto dal disegno degli elementi in marmo posti all'interno della superficie in mattoni; il linguaggio si ispira all'edilizia nordica medioevale.
Già residenza nobiliare, sopravisse al suo artefice subendo alterne vicende che ci limiteremo a tratteggiare nell’impossibilità di effettuare una ricostruzione dettagliata degli eventi. Durante la seconda guerra mondiale fu occupato dalle SS analogamente ad alcuni edifici circostanti.
Dopo la guerra fu utilizzato come dormitorio delle suore che prestavano servizio nella clinica oculistica che sorgeva di fronte, al posto dell’attuale palazzo Assitalia/Generali.
Nella seconda metà degli anni ’70 fu ristrutturato nello stato attuale.
Divenuta residenza turistico alberghiera, affinché non andasse perduta la vocazione artistica che contraddistingue il villino fin dall’epoca della sua edificazione, gli ampi spazi comuni ospitano periodicamente mostre pittoriche, vernissage ecc.
LA RISTRUTTURAZIONE DEL COMPLESSO
Il complesso originale era composto da un edificio principale (ora palazzina "A") destinato ad abitazione, e da un edificio secondario destinato ai servizi (palazzina "B"), collegati da un giardino.
Il tema progettuale consisteva nel restauro degli edifici esistenti e nella realizzazione, al di sotto degli stessi e del giardino, di un piano servizi e negozi a quota – 2,50/3,50 m e di un piano garage a quota – 6,70 m, in modo che fossero disponibili le attrezzature idonee a rendere il complesso efficiente per gli anni '70.
Gli edifici si presentavano diroccati e pericolanti, tanto che più di un restauro occorrerebbe parlare di una ricostruzione. L'edificio principale era per la maggior parte privo del tetto, demolito nella parte dello spigolo prospiciente il giardino, aveva quasi tutti i solai e le scale sfondati e pericolanti; l'edificio più piccolo, anche se in condizioni meno precarie, aveva il tetto pericolante ed i solai sfondati.
Inoltre, dal punto di vista costruttivo i due edifici mostravano il tipico disordine, nell'uso dei materiali e delle tecniche costruttive, delle costruzioni del primo novecento: i muri verticali costruiti parte in tufi, parte in muratura a mattoni; i calpestii dei primi piani realizzati mediante volte in muratura; i calpestii dei piani superiori con solai di putrelle e voltine a mattoni; le scale parte con putrelle a sbalzo dai muri e parte con mattoni, i tetti con capriate in legno ed orditura in legno e lastre di ardesia.
Il "disordine statico-costruttivo" era stato incrementato negli anni, perché cambiando l'utilizzo degli edifici si erano di volta in volta realizzate nuove aperture nei muri, eliminate aperture esistenti, creando spesso condizioni locali di dissesto statico malamente rimediate con l'uso di catene o rinforzi con putrelle.
Al progettista si presentavano pertanto tre ordini di problemi:
1. realizzare nell'area del giardino, al di sotto dei fabbricati esistenti, un piano servizi ed un piano garage;
2. rendere staticamente sicure le parti esistenti;
3. creare delle strutture che permettessero la ricostruzione delle parti demolite, in modo tale che l'edificio tornasse, per la parte in elevato, a mostrarsi come era all'atto della costruzione e d'altro canto fosse utilizzabile come richiesto nel 1975.
Si può affermare che il programma progettuale ed esecutivo fu portato brillantemente a termine fugando le preoccupazioni sorte all'inizio dell'opera.
Il progetto e la direzione tecnica furono del prof. Ing. Remo Calzona, il restauro architettonico del prof. Gianfranco Cimbolli Spagnesi, e la direzione del cantiere del Geom. Antonio Bucci al quale va grande merito per il felice compimento dell'opera.
Testo tratto da: Rivista tecnica dell’ANCE “L’industria delle costruzioni” maggio – giugno 1975, “Ristrutturazione e restauro statico di Villa Marignoli a Roma” Prof. Remo Calzona.
GIULIO MAGNI
Giulio Magni era nato a Velletri il 1 novembre 1859, come attesta una polizza d’assicurazione conservata fra il materiale archivistico del Fondo Magni.
La sua formazione artistica ed architettonica fu profondamente influenzata dal padre Basilio, noto storico dell’arte, e dalla madre Margherita nipote di Giuseppe Valadier. Un ambiente familiare estremamente ricco e sensibile, non estraneo alle problematiche che travagliavano il giovane Stato Italiano.
Si diplomò brillantemente iniziando subito l’attività quale collaboratore di Sacconi alla direzione del Monumento a Vittorio Emanuele (M. Piacentini, Le vicende edilizie di Roma dal 1870 ad oggi, in “L’Ube”, N.S., luglio-agosto 1948).
L’influenza familiare emerge sin dalla sua opera giovanile “Il Barocco a Roma nell’Architettura e nella scultura decorativa” (G. Crudo e C. Editore, Torino, 1911-1913) in cui egli fornisce ai suoi colleghi un vasto repertorio di consultazione, orientando in parte le scelte stilistiche del periodo.
Il 1895, sull’onda della crisi edilizia, Magni segna una svolta importante nella sua attività professionale trasferendosi in Romania dove trova grandi spazi operativi, e si inserisce nella cerchia degli architetti più attivi del decennio successivo.
I suoi interventi spaziano dalla partecipazione ai più importanti concorsi nazionali (l’Hala Traiani - Mercato coperto dove il ferro è impiegato come unico materiale della struttura interna, Stazione di Bucarest, Palazzo del Parlamento) alla realizzazione di edifici ed opere pubbliche, villini ed altre tipologie residenziali nel territorio circostante (casa del Dr. Andronescu, casa della signora B.M. a Bucarest dalla facciata liberty floreale e tipica copertura “alla francese”).
Questi elementi di rinnovamento non contribuiscono soltanto ad un generico arricchimento del suo bagaglio eclettico, ma è la sua stessa metodologia a farsi carico di nuove valenze architettoniche che immetterà nella sua successiva attività romana.
Nel 1904 Magni tornò a Roma, come documentato da una lettera conservata presso l’Accademia di S. Luca (alla quale era già iscritto dal 1900 come accademico corrispondente).
Nel 1905 partecipò al concorso per la costruzione del Palazzo del Parlamento a Roma, ed è in questi anni che l’attività del Magni si caricò di un particolare vigore, non a caso alcune fra le sue maggiori realizzazioni sono datate fra il 1904 ed il 1915: Ministero della Marina (1911), concorso per la Galleria Nazionale di Arte Moderna a Villa Giulia (1911), case popolari a Testaccio (1903 – 1914), palazzo della Pace all’Aja, alcuni villini di notevole interesse architettonico quali Villa Marignoli (1907) , il villino Almajà (1910), Villa Pacelli in Via Aurelia ed altri.
L’apparente isolamento in cui Magni operò in quegli anni nascondeva un intenso desiderio di impegno didattico e di innovazione, come rivela Portoghesi: “… egli fu tra i primi a mettere in discussione le convenzioni del linguaggio corrente, acquisito negli anni tra la fine del potere temporale e la crisi edilizia, tra i primi a dimostrare la precarietà di un isolamento meditativo ma inutile”. (P. Portoghesi, “L’eclettismo a Roma, 1870 – 1922”, Roma 1968).
Magni muore a Roma, nel 1930, isolato negli ultimi anni del suo lavoro progettuale e lontano dal dibattito che egli stesso aveva contribuito a promuovere, quasi ostile ai nuovi indirizzi architettonici che si andavano profilando in quegli anni.