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APPARTAMENTI PRIMAVERA

Loc. Stala del Cont, 1 - 33090
Tramonti Di Sotto (PORDENONE)
Tel.: +39 0427 869064
Tel.: +39 339 3301560
Fax: +39 0427 869064
VISITE: 1188

Sito Web: www.appartamentiprimavera.it

Attrazioni turistiche

TRAMONTI DI SOTTO
Nel mezzo di una valle d'origine glaciale (denominata Meduna o Tramontina), abitata fin da epoca preromana sorge l'abitato di Tramonti di Sotto. Conta un discreto numero di antiche dimore rustiche e signorili ed opere d'arte racchiuse nelle chiese di Santa Maria Maggiore e di San Antonio di Tramonti di Mezzo. Ma è sotto il profilo naturalistico e gastronomico che si possono apprezzare le peculiarità della zona: il lago (detto di Redona, di Tramonti, di Chievolis), le grotte di Campone e la cucina casalinga (cacciagione, pesce, formaggio salato e grappe), la pesca e l'artigianato storico (cestai, segantini, scalpellini e - soprattutto - stagnini), per il quale è in allestimento un museo etnografico. Le attività sportive praticabili sono: l'equitazione e le escursioni alle cime e nelle valli, organizzate dal locale Club Alpino.

LE CINQUE VALLI
La natura di queste valli che si estendono tra il Livenza e il Tagliamento offre ambienti adatti alla pratica di numerosi sport e all’escursionismo; le testimonianze storico-artistiche offrono la possibilità di conoscere una ricca e variegata realtà culturale, rappresentata dalle tradizioni, dai prodotti artigianali ed enogastronomici e dagli edifici splendidamente restaurati.
All’imbocco delle vallate si estendono, inoltre, aree di rilevante interesse naturale e culturale che completano l’offerta turistica.


LAGO DI REDONA
LAGO DI BARCIS


LE GROTTE VERDI DI PRADIS
Le prime esplorazioni di queste grotte furono compiute negli anni 50 dalla "Commissione Grotte E. Boegan di Trieste".

Nel 1964 il parroco di Pradis di Sotto, Don Terziano Cattaruzza, decise di trasformare il posto in un luogo di culto e attrattiva turistica.

Con l’aiuto di alcuni ragazzi e parrocchiani, riuscì a mettere in luce quello che oggi può destare tanta ammirazione.

L'orrido è intitolato a Don Giacomo Bianchini che nel 1921, attraverso i versi di una poesia, esaltava la bellezza del posto e presagiva quello che sarebbe avvenuto 50 anni dopo.

Giungendo dal parcheggio, lungo la strada in porfido, ci troviamo di fronte tre caverne, dominate dalla Torre del "Carillon" che diffonde la sua musica in tutta la valle.

Oueste grotte un tempo furono abitate da uomini e animali preistorici. All’interno infatti sono venuti alla luce numerosi resti di "Ursus Spelus", marmotte, strumenti di selce, cocci di vasi: reperti che verranno depositati quanto prima nel museo, a Pradis di Sotto.

La più grande cavità è la "Grotta della Madonna", un vasto salone che ospita nel fondo una pregevole Madonna in bronzo dorato, opera del M.tro Costantini di Assisi.

Sulla destra entrando, si apre l’imbocco di un breve diverticolo occupato da materiale detritico e nella parte superiore si può ammirare il "Camino" con evidenti colate Concrezionali.

Durante la Messa Natalizia del 24 Dicembre 1968, la Grotta è stata denominata Tempio Nazionale degli speleologi.

Da allora, ogni anno, il Gruppo Speleologico di Pradis cura l’organizzazione della "Messa di Natale in Grotta", una manifestazione che richiama migliaia di persone.

Nella caverna adiacente vi e’ un posto di ristoro funzionante prevalentemente durante la stagione estiva.

Scendendo poi lungo la scalinata che porta nei meandri dell’orrido, si può ammirare l’imponenza del fenomeno erosivo del Torrente Cosa che ha creato un profondo intaglio nelle rocce calcaree.

Numerosi sono gli antri che si affacciano alle pareti a livelli diversi, alcuni dei quali sono sbocchi di antichi affluenti sotterranei ormai estinti.

Giunti in fondo ai 207 scalini, attraverso un ponticello su uno stretto intaglio sopra il torrente Cosa, ci si trova di fronte ad un imponente Crocefisso, opera del M.tro Gatto di Treviso.

Da qui si diramano due possibili percorsi. Uno attraversa una breve grotta e giunge in un bischetto da cui è possibile ammirare una parte della forra e la cascata creata dalle acque del Rio Mola.

L’altro, invece, prevede il superamento di alcuni ponticelli per giungere proprio sopra la predetta cascata.

Dalla parte opposta al crocifisso si risale il torrente fino a raggiungere un ampia caverna e, proseguendo, il sentiero ci introduce in una grotta di 200 metri parzialmente illuminata che, in alcuni tratti, presenta delle colate concezionali.

Sul lato opposto del torrente Cosa si trova invece una caverna non ancora attrezzata.
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ANDUINS: FONTI SOLFOROSE
Verso la metà del secolo scorso, in coincidenza con la realizzazione di collegamenti viari che consentivano un più agevole accesso agli abitati di Anduins e Vito d'Asio, provenendo dalla pianura, iniziarono le prime razionali valorizzazioni delle sorgenti del Barquet, le cui acque erano già note da secoli, ma che solo da tale periodo furono classificate come "idrosolforiche salino fredde", particolarmente ricche di sali magnesiaci e quindi con una elevata attitudine curativa. Di proprietà comunale, nei primi anni del secolo furono dotate di un vero e proprio stabilimento balneare, con 25 cabine per la balneoterapia, oltre che di locali e spazi riservati alo svago degli ospiti. Parimenti presero slancio anche tutta una serie di attività ricettivo-turistiche che, agli inizi degli anni '20, quando già erano stati ristrutturati il Grande Albergo alla Fonte, dotato di 80 lussuose camere e i preesistenti "Alla Posta" e "Belvedere", si è stimato fossero all'incirca 500 i posti letto disponibili nella "Stazione Balneare Climatica di Anduins". Calcolando anche la ricettività dei centri vicini, è realistico ipotizzare che fossero circa 700 le persone che giornalmente frequentavano gli stabilimenti, con picchi di oltre mille presenze nei periodi di maggior affluenza. Un simile flusso era supportato e garantito dalla linea ferroviaria Casarsa-Gemona, con stazione allocata a Forgaria del Friuli, dove vi era un trasbordo su carrozze a cavalli, fino all'abitato di Anduins. Nel periodo pre-bellico la crisi portò rapidamente ad un ridimensionamento dell'attività del centro termale, fino alla chiusura del Grande Albergo alla Fonte ed alla trasformazione dello stabilimento in albergo-ristorante. L'attività della sorgente si limitò alla gestione di un ridotto stabilimento balneare che, tramite la locale Pro-loco, evitava la totale chiusura dell'attività. Nel dopoguerra la ripresa fu abbastanza interessante, pur non raggiungendo mai le presenze degli anni '20. Le cure furono limitate alle applicazioni idropiniche, abbandonando completamente la balneoterapia. L'amministrazione comunale commissionò sul finire degli anni 60' un primo studio multidisciplinare per valutare le prospettive connesse ad un rilancio della struttura. Furono fatte indagini di ordine medico, clinico, geologico, idrico, urbanistico, nonché econometrici. Da tali studi sono emersi dati più che confortanti, tali da collocare la fonte di Anduins ai vertici qualitativi tra tutte le acque presenti in regione. Le difficoltà nel reperimento dei fondi necessari, hanno ritardato l'avvio di un progetto di sfruttamento alquanto ambizioso. Infine i gravi danni alle strutture e alla stessa portata idrica, riportati in conseguenza del sisma del '76, hanno decretato un momentaneo accantonamento del progetto stesso. Cessata l'emergenza post-terremoto, sono stati svolti nuovi e approfonditi studi che hanno confermato le potenzialità dell'iniziativa, dando quindi avvio all'esecuzione di una serie di lavori che hanno privilegiato il consolidamento dell'area, oltre che la presa e distribuzione dell'acqua. Un ennesimo nuovo progetto, prevede un'armonica integrazione con un piano più generale di valorizzazione dei beni storici, culturali e ambientali di tutta la Val d'Arzino: sarà la volta buona?
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PIELUNGO: CASTELLO DEL CONTE CECOONI

PIELUNGO
PieIungo è il cuore di tante borgate di cui è costellata questa vasta zona della Val d'Arzino.

Pert, Cjamp, Cervedol, Juris, Forno, Cedolins, Oltrefoce, sono tutti borghi che, tra boschi e prati verdi, hanno trovato un loro spazio sui declivi collinosi che scendono dal Monte Pala e dal Monte Cecon, degradando sempre più rapidi sui torrenti Foce ed Arzino.

È il paradiso degli amatori della trota e delle acque fresche e chiare.

Antiche mulattiere e comodi sentieri conducono l'escursionista all'ombra di faggi ed abeti, per invitarlo alla piacevole scoperta di angoli che profumano di funghi, per fargli respirare l'aria dell'alpeggio nelle malghe di Albariat e Jovet, per portarlo ad arrampicare tra le pale rocciose del Rossa o del FlageI, che fioriscono di stelle alpine e genziane.

Una rete di strade forestali e panoramiche tra le più suggestive del Friuli, raccorda le borgate. La rinascita seguita al sisma del '76 ha contribuito a rendere il paese più accogliente, favorendo la ricezione turistica e il rientro periodico degli emigranti.

L'area sportiva (tennis, pattini, basket) realizzata presso il Castello Ceconi, i romantici spazi attrezzati per pic nic, collocati nei boschi di faggi, sono una invitante offerta per gli amanti delle vacanze all'insegna del pieno godimento di una natura incontaminata dall'impareggiabile bellezza.
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IL CASTELLO CECONI
Il conferimento del titolo di conte della Corona d’Italia richiedeva, secondo una tradizione ormai secolare, che Giacomo Ceconi erigesse una residenza dalle caratteristiche e dalle proporzioni di un castello. Si trattò di una villa che negli intenti del Ceconi avrebbe dovuto tenere legati i suoi discendenti alla natale Pielungo. Per i lavori dell'edificio (in Val Nespolaria) Giacomo Ceconi si trattenne sempre più frequentemente e sempre più a lungo nel suo borgo natio (1890-1908) per attendere alla progettazione e alla costruzione di tale sua residenza nobiliare, non mancando pure di adoperarsi nel contempo anche per il suo paese. Nella costruzione della favolosa villa padronale che sorge ai margini del paese, il Ceconi palesò tutta l'ingenua ammirazione dell'uomo privo di cultura per alcune personalità, come ben osserva il Filipuzzi, fra loro slegate e quasi isolate; lo dimostrano le statue di quattro poeti, due vissuti nel '300 e due nell'età rinascimentale: Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso, statue erette a decorare la facciata del palazzo. Il castello Ceconi, bizzarra e imponente costruzione neo-gotica dallo stile eclettico con venature di liberty e dai riflessi medioevali e rinascimentali, presenta merlature e balconi gotici accanto a finestre rettangolari. I loggiati dalle calde tonalità cromatiche fanno da contrappunto agli affreschi che si snodano lungo le due ali del palazzo e a quelli inseriti nelle lunette dei finestroni gotici. Accanto alle figure del genio italiano, nonché friulano (otto emblemi dell'amor patrio del Ceconi, uomo che visse lontano dal proprio paese), vi è un unico straniero: George Stephenson, l'inventore della locomotiva. Nelle due lunette delle finestre, situate ai lati dell'ingresso principale, si trovano gli affreschi, a sinistra di Stephenson e a destra di Alessandro Volta. Le due personalità geniali e scientifiche, forse le uniche che presentino un reale significato e un aggancio con l'operato del Ceconi, affiancano la raffigurazione della Madonna con Bambino, sopra il portale principale. Nell'ordine superiore, sopra le tre finestre del primo piano sono raffigurate Irene di Spilimbergo e, per l'esigenza di una sorta dl simmetria femminile, Vittoria Colonna. Tra le due figure muliebri trova posto nella lunetta centrale Leonardo da Vinci, ivi collocato senz’alcun apparente collegamento. Uno degli imponenti torrioni merlati reca l'effigie di Alessandro Manzoni. Fra le torri la più alta e sottile era stata così concepita per accogliere una campana che era servita nei cantieri per chiamare a raccolta gli operai. Il piazzale antistante al palazzo si apre imponente fra i boscosi pendii montani. Tale piazzale viene impreziosito da una fontana in cemento, a forma circolare e a due piani concentrici. L'elegante fontana fu oggetto di contesa tra un alpigiano, un certo Nànol ed il Conte. La disputa finì davanti a un pubblico ufficiale: l'uomo ottenne il diritto di passaggio nel cortile del castello per portare la propria mandria ad abbeverarsi alla fontana. Il castello veniva riscaldato a legna; un certo Florio era addetto all'alimentazione delle enormi stufe di maiolica che si trovavano in ogni stanza. L'illuminazione era, invece, ad energia elettrica, ricavata dalla centrale presso il torrente Arzino, ove, attraverso delle tubature a condotta forzata, giungeva l'acqua dell'acquedotto "Agaviva". Nei sotterranei del castello vi erano dei forni per cuocere i cibi secondo la più schietta tradizione austriaca. Il Ceconi aveva poi designato una stanza del castello a museo, in cui conservava gelosamente, accanto agli arnesi da muratore, usati in gioventù, disegni dei lavori eseguiti, dediche, medaglie, pergamene e diplomi ricevuti e anche ritratti di maestranze e di ingegneri con i quali aveva collaborato durante la sua lunga attività imprenditoriale. Dopo l'ultima guerra l'edificio venne ceduto all'Ente Provinciale di Economia Montana; a detto ente la famiglia Ceconi aveva già devoluto tutto il terreno boschivo, acquistato e ripopolato dal conte. L'ente pubblico provvide all'opera di restauro del palazzo, che tuttavia ebbe a subire nuove mutilazioni a seguito del terremoto.
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