Attrazioni turistiche
La festa del Santo Patrono Sant'Erasmo in processione a formia.
Per le altre manifestazioni turistico-culturali consultare le guide in sede.
ITINERARI
Al Santuario della Madonna della Civita
Sulla strada che da Itri va verso Campodimele, si trova un sentiero che attraversando un bosco di lecci e poi un tratto più brullo dove prevale lo strame, conduce al Santuario in un'ora circa.
Monte Altino
Da Maranola di Formia un sentiero che da località Campodivivo conduce alla vetta di Monte Altino (m 1367) da dove si apre un magnifico panorama sul mare. La cima è dominata dalla statua del Cristo Redentore, collocata a ricordo del XX secolo. Al di sotto della vetta, si apre un Santuario scavato nella roccia, dedicato a S. Michele Arcangelo, meta di due processioni all'anno.
Dal Comune di Spigno Saturnia, dalla Torretta, antico rudere di costruzione romana in località Canale, si svolta a destra giungendo in località Campo preatorio, poi seguendo un antico tracciato in direzione est-nord-est, si arriva a Colle di Teto, dove sono state rinvenute testimonianze preistoriche. Proseguendo si arriva in località Case Cantare e seguendo Via Forca ci si immette sulla Pedemontana che collega il territorio di Spigno con quello di Selvacava (FR). Poco dopo si giunge a Conca, dove sgorga una sorgente freschissima a cui fa cornice un vecchio mulino. Proseguendo in direzione ovest sono visibili i resti dell'antico Casalis Spinei e poi lasciata la pedemontana si sale sul tratturo della Ciaia. Dopo pochi tornanti che offrono un bel panorama si arriva al castello e al borgo medioevale di Spigno Vecchio.
La Chiesa di Sant'Erasmo GAETA
La chiesa.
La chiesa, nella sua forma attuale, venne rinnovata pressoché totalmente tra il 1538 ed il 1560, come ricorda l'iscrizione incisa sull'architrave dell'attigua cappella di S. Probo.
L'incarico della riedificazione fu affidato, come risulta dalle Historiae Olivetanae dell'abate perugino S. Lancellotti, ai monaci olivetani Teofilo d'Aversa e Placido dell'Aquila, i quali dovettero affrontare complessi problemi strutturali e statici a ragione della particolare natura del terreno e del luogo.
L'edificio, nel suo insieme, rispecchia una architettura di gusto tardo rinascimentale.
L'equilibrio delle proporzioni in pianta e in alzato, la rendono opera unitaria e frutto di un progetto organico. La disposizione planimetrica di tipo basilicale a tre navate prive di transetto, pur se risolta secondo i consueti schemi dell'architettura del tardo Cinquecento, presenta già taluni elementi che troveranno il loro punto di forza nelle istanze riformistiche sancite dal Concilio tridentino.Dipinto di P. Mattej.
Il profondo presbiterio con coro rettilineo e la presenza di ingressi minori, in corrispondenza delle navate laterali, riaffermano il desiderio di conferire alla direzione longitudinale una certa predilezione.
La facciata, priva di rilievi, ma che sicuramente doveva contenere salienti che ne spartivano la superficie in tre zone corrispondenti alle navate, preceduta da un atrio porticato, che ricorda il paradisus delle basiliche paleocristiane, scandito dal ritmo delle arcate a tutto sesto, voltate su colonne di spoglio inserite in pilastri in muratura, è risolta con molta semplicità. Presenta al centro un unico finestrone rettangolare che rischiara l'interno, facendo risaltare gli elementi aggettanti della costruzione in una penombra ricca di suggestione, e si conclude in alto con un timpano triangolare sottolineato da una classica cornice modanata fortemente aggettante.
Il portale di centro, di struttura severa, si mostra di un gusto prettamente rinascimentale nella cornice a gola che caratterizza i piedritti e l'architrave monolitico, e così l'uso di elementi classici dell'interno come la cornice a gola dritta, su cui sono impostate le volte e gli arconi di scarico della navata di centro.
L'interno a tre navate, presenta la fusione della basilica paleocristiana a navata unica, con le successive modificazioni tardorinascimentali. Le campate sono coperte con volte a crociera e divise da pilastri compositi, su cui scaricano le membrature delle volte della navata centrale e gli archi trasversali longitudinali, rispettivamente a tutto sesto e a sesto rialzato, e gli archi minori che sostengono le strutture delle navatelle.
Alle cinque ampie campate rettangolari della navata centrale, corrispondono altrettante campate nelle navate minori, anch'esse rettangolari, ma con orientamento ortogonale rispetto alle prime.
L'interno, pertanto, si presenta articolato in una successione di spazi definiti dal chiaro ordine delle strutture, poste tra loro in perfetto accordo ed equilibrio ed, al tempo stesso, mostra l'essenziale linearità di una struttura che non ha subito l'imposizione delle macchinosità barocche; cosicché l'interno appare disegnato con sobrietà ed eleganza. Non manca, tuttavia, qualche reminiscenza dell'arredo settecentesco, come la monumentale lastra funeraria dei duchi di Marzano (1698), sul primo pilastro a destra dell'ingresso. Il marmo policromo, il ritratto imparruccato racchiuso in un clipeo modanato, il linguaggio pomposo della dedica, sono tutto ciò che rimane dell'epoca in cui vissero i due nobili.
Un poco più oltre vi è ancora la lapide che ricorda un altro nome illustre nativo di Castellone: Lucia Merola, zia del pittore Pasquale Mattej. La si può vedere sulla parete nord della navata destra, dove è pure un dipinto di anonimo del XVIII secolo che raffigura il beato Bernardo Tolomei, attorniato da abati olivetani e santi protettori della Congregazione olivetana.
Nella navatella sinistra, tra il secondo ed il terzo pilastro, in corrispondenza dell'accesso alla cappella carolingia, delle membrature architettoniche monocrome, residue della decorazione settecentesca della chiesa, con un gioco prospettico di pilastri, volte ed archi, stanno ad indicare l'accesso al luogo della depositio del martire Erasmo.
L'ARCHEOLOGIA
Itinerario archeologico.
Le fasi costruttive.
La chiesa, così come oggi si può osservare, fu costruita tra il 1538 ed il 156O sopra quella fondata intorno alla metà del IV secolo.
La scelta del luogo, sulla sommità del colle detto il Borsale, è spiegata dal fatto che, come quella che la precedette, anche questa chiesa fu edificata proprio sul luogo ove fu sepolto S. Erasmo.
Sin dalle origini, il santo fu tenuto in grande venerazione dalla comunità cristiana, e per serbarne la memoria, sul luogo della sua sepoltura, fu costruito un martyrium (da martyr = testimone), una basilichetta absidata a carattere funerario, nota come basilica ad corpus.
Col trascorrere degli anni il culto crebbe notevolmente; molti vescovi vennero sepolti accanto alla sua tomba e numerose città vollero avere reliquie del santo che invocarono quale patrono.
Verso la metà del IV secolo, nel clima di fervore urbanistico promosso da papa Damaso, nel luogo dove già era avvenuta la monumentalizzazione della tomba, fu eretta una vera e propria basilica adiacente il martyrium, ma tuttavia autonoma, come bene è stato chiarito dalle ricerche di questi anni.
Al tempo di Gregorio Magno (+ 604) la basilica, che probabilmente cominciava a presentare segni di fatiscenza per effetto delle infiltrazioni di acqua della vicina collina, fu sottoposta ad un radicale rinnovamento.
Per rendere l'edificio più sicuro ne furono rinforzate le fondazioni con getti di calcestruzzo e murature di rincalzo e, per consentire ai fedeli di accedere più agevolmente alla tomba del martire, fu creata intorno ad essa un corridoio semicircolare, che, contestualmente all'innalzamento del livello del pavimento del presbiterio, permetteva di posizionare l'altare al di sopra della memoria, lasciando questa sempre accessibile.
Al tempo del pontificato di Leone III (795-816), di Leone IV (848-855) e di Nicolò (858-867), sono da far risalire importanti lavori di ampliamento e di consolidamento della chiesa. Fu inoltre creata una cripta supplementare del cosiddetto tipo a navata, che inglobava parte dell'antico martyrium.
Alla stessa epoca sono da ascrivere anche gli stucchi ad intreccio di nastro vimineo, che ne decoravano le pareti, il ricco corredo marmoreo, e la suppellettile liturgica, di cui restano, oggi, solo sporadici frammenti della recinzione presbiteriale, degli amboni per la lettura delle epistole e degli evangeli, di un ciborio, di un paliotto d'altare.
Verso l'XI-XII secolo, la chiesa fu rinnovata in forme romaniche e gli elementi pseudo-ogivali presenti un alcune murature lasciano intendere che l'operazione dovette durare a lungo.
Nel 1532 l'abbazia fu notevolmente danneggiata dai Turchi, così, quando ne fu deciso il restauro, poco rimaneva della struttura originale. Tuttavia quel poco doveva essere conservato rigidamente, secondo i canoni stabiliti dal Conclio tridentino: le chiese antiche potevano, sì, essere rinnovate, ma avendo cura di salvare tutto quanto in esse poteva ricordare i primi secoli del cristianesimo e, in genere, tutte le memorie.
Ecco perché il martyrium, la cripta sotto il presbiterio, la cripta carolingia, le tombe dei martiri e dei vescovi, l'episcopio, e moltissimi altri frammenti della vecchia cattedrale, sono stati scrupolosamente conservati.
L'area archeologica.
Agli scavi si accede attraverso una scala, parallela all'asse della chiesa, a ridosso del muro sud della navata laterale sinistra. Una rampa di dodici gradini moderni in marmo di spoglio, porta nel vasto ambiente ipogeo sotto il piano del pavimento.
L'area che si apre davanti è quella scavata tra il 1970 ed il 1976 e completamente liberata dai detriti alluvionali e dai materiali provenienti da precedenti riempimenti e ristrutturazioni.
Comprende attualmente più settori caratterizzati oltre che dai due gruppi cultuali di maggiore interesse (la tomba del martire e la cripta anulare), dalle sepolture pagane e paleocristiane, dall'area espositiva del materiale lapideo e fittile recuperato e, infine, dalla cosiddetta cappella carolingia.
Corridoio C2.
Nel breve corridoio, tra i due plinti di fondazione su cui gravano i pilastri che scandiscono la prima campata della navata sinistra della chiesa, è visibile parte del muro dell'edificio del IV secolo, su cui si innestano le murature degli interventi successivi.
Subito dopo (vano C3), fissate alla parete destra sono alcune delle epigrafi cristiane rinvenute nel corso degli scavi. A sinistra, invece, inglobati nella muratura seicentesca, sono visibili i resti di una tomba a cassa.
Il martyrium.
E' una costruzione unitaria a carattere prettamente funerario, strettamente connessa al culto del martire Erasmo, eretta intorno alla seconda metà del IV secolo, all'indomani dell'editto del 27 febbraio 380, sopra la tomba venerata per serbarne la memoria.
Si tratta di un piccolo edificio a pianta rettangolare con abside semicircolare, che non segue lo stesso orientamento planimetrico dell'attuale chiesa.
Dell'edificio antico, oggi restano solo parte della fondazione dell'aula e una piccola porzione dell'alzato dei muri dell'abside.
Questa si presenta divisa in due tronconi da una apertura a breccia operata in epoca tardo rinascimentale per consentire la costruzione di una camera funeraria, di cui resta la traccia in alcuni brani superstiti di muratura.
La parte superiore dei muri e tutto quanto oltrepassava il piano imposto dalla costruzione medioevale e rinascimentale è andata interamente perduta. E' stata invece risparmiata da tutti gli interventi edilizi successivi, gelosamente conservata nel tempo, la tomba al centro dell'abside, che, stante le sue caratteristiche, non può non aver avuto altra funzione che quella di contenere delle reliquie particolarmente venerande.
E' da notare, a tale fine, che questo è l'unico esempio fin'ora accertato di un manufatto a iconografia semicircolare riscontrato localmente in una struttura edilizia dei primi secoli del cristianesimo. Essa, pertanto, va vista non come semplice elemento strutturale, ma come concretizzazione architettonica di un concetto già presente ed affermato nell'architettura basilicale della tarda Repubblica e dell'età di Augusto, quando l'abside è intesa come punto focale della composizione e sede della maestà dell'imperatore.
Allo stato attuale non si hanno elementi certi per definrne la copertura. Non sembra vi siano motivi per dubitare che l'edificio fosse coperto con una struttura a capriata lignea, in quanto le pareti non contraffortate della navata, nonostante la ridotta dimensione della campata, non avrebbero potuto sostenere il peso e le spinte di una volta in muratura.
La tomba e l'altare del martire.
Varcato lo stretto adito, il vano successive (C4) è senza dubbio il luogo più importante di tutto il complesso. Lo si intuisce dall'insieme degli elementi che vi sono stati individuati, tra cui la presenza di una tomba internamente rivestita in marmo, su cui venne eretto un altare in muratura, munito sulla fronte di un'apertura rettangolare, la fenestella confessionis, che consentiva ai fedeli di guardare la tomba e di avvicinare alle reliquie del martire dei brandea.
E' da notare come la tomba, posta al centro dell'abside, presenta dimensioni pù grandi delle normali sepolture, superando i due metri di lunghezza; ciò confermerebbe l'ipotesi di un seppellimento diretto in quel luogo, piuttosto che una traslazione postuma.
Una serie concomitante di indizi di natura archeologica ancorché agiografici e storici, consente, a ragione, di attribuire la tomba al martire Erasmo: si tratta di un loculo in muratura, rivestito internamente di marmo. Una lastra, anch'essa di marmo, trovata spezzata in tre frammenti perfettamente combacianti, fungeva da coperchio.
Su di essa era posto l'altare in muratura, che, per quello che è dato vedere oggi, era del tipo a mensa, consistente cioè in una pesante lastra marmorea sorretta da murelli su tre lati, in quanto il quarto lato, quello sud, era pressoché addossato alla parete dell'abside.
Di questi murelli oggi resta solo quello sud a forma di U. Su di esso e nel vano della fenestella confessionis è andato a posarsi uno dei plinti pertinenti la fondazione della chiesa olivetana.
Il murello, nella parte a vista, conserva ancora tracce dell'intonaco originario e della colorazione. Sulla faccia opposta reca un graffito con lettere latine in cui sembrerebbe leggervi il nome Er(asmo).
A ridosso del lato sud dell'altare (sinistra di chi guarda), in parte distrutta da murature posteriori, è una seconda tomba rivestita internamente di tegoloni fittili, di cui resta l'impronta impressa nella malta del riempimento che, seppure fuori dell'ambito dell'altare, è da porre in relazione diretta con la prima. Essa senz'altro è posteriore alla tomba principale, tuttavia costruita in un breve volgere di tempo.
Di queste due tombe la prima, quella monumentale, conteneva certamente le spoglie di un martire, la seconda, ad sanctos, va senz'altro posta in relazione con quella venerata e non può non aver contenuto le spoglie di un personaggio estremamente influente, contemporaneo di Erasmo ed a lui in qualche modo legato.
L'area cimiteriale.
Il vano (Y), che si apre a nord, è una vasta area che corrisponde alla navata centrale della chiesa attuale e all'aula dell'edificio dei primi secoli.
Gli scavi hanno evidenziato in questa zona un coacervo di tombe che comprendono sepolture pagane e cristiane dei primi secoli, fino alle fosse comuni del XVII e XVIII secolo.
Addossate al muro nord, tra il secondo e terzo plinto, delimitate a est e a sud da un murello moderno, con cui fu consolidato il banco di arenaria e le formae risparmiate dagli sterri iniziali, sono visibili alcuni loculi di inumati. Si tratta di una tomba a cassa quadrangolare con pareti in muratura coperta con tegoloni, a cui si affianca una seconda tomba con copertura del tipo cosiddetto alla 'cappuccina'. Tracce di un ulteriore sepolcro bisomo, cioè con tombe sovrapposte tra loro, sono visibili un po' più a destra, separate dalle precedenti, da un banco di arenaria occupato solo in parte.
Resti di sepolture sono, infine, visibili addossate al muro sud, mentre tracce di almeno tre fosse comuni a camera, sono visibili sul pavimento all'altezza del terzo pilastro e nella tessitura del muro di fondo a est.
La cripta anulare.
Questa struttura, individuata con precisione in alzato ed in pianta, documenta una delle prime fasi di riadattamento e di ampliamento dell'edificio. Ideata per contenere le reliquie del santo e permettere la venerazione ai fedeli, era situata al di sotto del pavimento del presbiterio.
Vi si accedeva con 6-7 scalini (4 sono ancora in situ) a destra ed a sinistra, parallelamente all'asse della chiesa: ingresso ed uscita per sfilare davanti alle reliquie del martire.
A metà del corridoio semicircolare, si stacca un piccolo vano quadrangolare, in parte obliterato dalla costruzione postuma di una camera funeraria. La rimozione delle superfetazioni seriori, al colmo dell'estradosso della curva, operata nel corso degli scavi, ha messo in luce una sezione muraria, caratterizzata da un'apertura quadrangolare, in cui è da riconoscere il vano di una fenestella, attraverso la quale, come ricorda s. Gregorio di Tours, i pellegrini potevano introdurre la testa e chiedere, ad alta voce, la grazia desiderata, secondo una pratica comune a tutta la cristianità.
Cappella carolingia.
(già Cappella gotica).
E' un ambiente a pianta rettagolare molto allungata, adiacente la navata sinistra della chiesa. Orientato trasversalmente al martyrium, di cui ne ingloba parte dell'aula, conserva sulla fronte est tre colonne romane di spoglio, su cui sono voltati due archi a tutto sesto pertinenti ad una ristrutturazione postuma.
Nella forma in cui si presenta oggi misura m. 21,50 di lunghezza ed ha una larghezza di poco superiore a m. 3,10, con un rapporto di 1:7 circa.
Si compone essenzialmente di tre vani tra loro strettamente correlati ed interdipendenti, di cui, quello ad ovest caratterizzato dalla presenza di tombe in muratura di età altomedioevale.
La particolare destinazione del piccolo edificio in cui è forse da riconoscere una cripta supplementare del tipo cosiddetto a navata, nata dalla necessità di creare spazi adeguati alla acquisizione di nuove reliquie e permetterne la venerazione, risulta dalle quattro nicchie laterali, le cui tracce sono ancora visibili sul muro nord.
E' certa, tuttavia, una sua funzione essenzialmente funeraria, come dichiarano le tombe ritrovate nello scavo degli anni '70 sotto il piano del pavimento.
Cenni storici di Ponza e Ventotene.
Le popolazioni preistoriche che abitavano le coste del Circeo affrontavano spesso la traversata verso Palmarola per raccogliere la preziosa e tagliente ossidiana, necessaria per punte di freccia ed utensili che sono stati trovati dagli archeologi in decine di siti italiani. A causa della loro posizione, le isole vennero utilizzate da Fenici e Greci come scalo e riparo durante le traversate verso le miniere dell'Elba: a questo periodo risalgono probabilmente i nomi di Pontia e Pandataria (mutato in Ventotene solo in epoca moderna). Le pagine di Tito Livio e alcune mura nei pressi del porto ci parlano della presenza a Ponza di un insediamento dei Volsci, che fu abbandonato dopo la battaglia navale persa da questo popolo contro le galere romane nel 338 a.C. al largo di Anzio. Il periodo del dominio romano sulle isole iniziò con l'installazione di guarnigioni a Ponza, che avrebbe poi aiutato Roma nella dura lotta contro Annibale. La lunga pax romana portò al calo dell'importanza militare delle isole ponziane in un Mediterraneo oramai libero dai pirati: il periodo della fine della repubblica vide però l'inizio della colonizzazione sistematica di Ponza e Ventotene. Augusto volle Ventotene come parte del suo patrimonio personale e la scelse come esilio dorato per i membri della stirpe imperiale in disgrazia. A questo periodo (I secolo d.C.) risalgono le colossali opere idrauliche - acquedotti, peschiere e cisterne - e ingegneristiche - porti e gallerie - che ancora oggi caratterizzano la fisionomia di Ponza e Ventotene. Il cristianesimo portò sulle isole esiliati e martiri tra cui San Silverio, eletto papa nel 536 ma, in conflitto con la corte di Giustiniano, tacciato di eresia e relegato a Ponza. Lentamente spopolate a causa della crescente insicurezza politica, le isole divennero rifugio di monaci ed eremiti che resistettero per secoli alle incursioni dei pirati saraceni, fino al quasi completo e definitivo abbandono avvenuto durante XIV secolo.
Le isole diventarono nel 1734 dominio diretto del re di Napoli ed il loro popolamento venne affrontato costruendo opere pubbliche importanti (come il porto di Ponza iniziato nel 1775) e stimolando i coloni diretti verso Ponza e Ventotene con la promessa dicase, attrezzature agricole e terra. I primi sforzi - effettuati nel 1734 - non portarono al risultato sperato e una seconda ondata di immigrati raggiunse le isole intorno al 1770. La manodopera utilizzata per le grandi opere urbanistiche fu quella dei forzati, che inaugurarono con la loro presenza la triste tradizione penitenziaria delle isole. Ai coloni dediti all'agricoltura, provenienti anche dalle aree campane colpite dall'eruzione del Vesuvio del 1771, seguirono pescatori e marinai, mentre Ferdinando I delle Due Sicilie portava avanti gli interventi urbanistici avviati dal padre Carlo III. A quest'epoca risalgono le opere militari più importanti (Forte Papa e Frontone a Ponza) e la costruzione del carcere di Santo Stefano, progettato da Francesco Carpi e terminato nel 1795. Dopo la breve parentesi napoleonica del primo decennio dell'Ottocento e la presenza inglese del periodo 1813 - 1815, Ponza, Ventotene e le isole minori tornarono alla loro vita consueta, fatta di agricoltura, pesca e del lavoro dei forzati, già che Ponza (nel 1820) e Ventotene (nel 1825) erano divenuti "luoghi di rilegazione" e accoglienza "per misura governativa" per volere della corona. Il 27 giugno del 1857 il Risorgimento italiano fece la sua comparsa sull'arcipelago, con lo sbarco di Carlo Pisacane diretto a Sapri. Nello stesso anno era stato inaugurato un collegamento periodico delle isole con Napoli e il telegrafo aveva collegato il Circeo, Ventotene ed Ischia. Annesse nel 1861 all'Italia, le isole furono collegate regolarmente con la terraferma dalla linea SPAN durante l'estate e, nonostante l'abolizione del domicilio coatto avvenuta nel 1910, a Ventotene vennero confinati prigionieri libici e, nel 1928 nacque il tristemente famoso confino fascista di Ponza. Qui vennero inviati tra gli altri Amendola, Nenni, Basso, Romita, Secchia, Terracini, Pertini e Ravera ed i confinati, per motivi di sicurezza, vennero trasferiti nel 1938 nella più piccola Ventotene. Nel 1942 Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni scrissero il Manifesto di Ventotene, prima teorizzazione di un'Europa unita e libera e nel 1943, dal 27 luglio al 7 agosto, Mussolini fu internato a Ponza prima di essere trasferito al Gran Sasso. Gli anni del dopoguerra furono difficili ma ricchi di cambiamenti. A partire dagli anni '60, sulle isole ha fatto la sua comparsa il turismo che è rapidamente divenuto una delle principali fonti di reddito di Ponza e Ventotene. Più servizi, più ospitalità, più divertimenti: gli anni '80 e '90 sono stati anche caratterizzati dallo sviluppo edilizio e dall'abbandono dei campi e dell'agricoltura.
La punta di Ventotene
L'isola di Ventotene.
Il Santuario della Madonna della Civita.